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In questi ultimi tempi si assiste ad una diatriba tra chi vorrebbe vantarne le magnifiche sorti e chi invece ne vede la fine del futuro di un’agricoltura che rispetti i criteri della sostenibilità. Uno dei cavalli di battaglia molto utilizzato da parte dei sostenitori delle biotecnologie tout court è quello che da sempre ci cibiamo di prodotti, dal riso al grano passando per il pomodoro, che altro non sono che organismi geneticamente modificati. Affermazione veritiera, dal momento che le pratiche di miglioramento genetico sono in uso da oltre diecimila anni; quello che si omette di dire è però la modalità con cui queste modifiche genetiche sono state ottenute. Che è poi il vero nodo della discussione. Nelle pratiche di miglioramento genetico, la tecnica principalmente usata non fa altro che interpretare quello che già avviene in natura, ovvero l’incrocio. Solo che la selezione dei partner viene fatta dal miglioratore genetico. E l’incrocio viene fatto tra specie che hanno caratteristiche complementari o tra specie diverse ma affini ovvero in grado di fecondarsi tra di loro. L’esempio probabilmente più importante di questa pratica è quello dell’introduzione in specie coltivate della capacità di resistere alle malattie, presente in molte specie selvatiche affini. Con queste pratiche, a differenza di quanto accade con le biotecnologie avanzate, non s’introducono mai nuove funzioni, semmai si modificano quelle già fissate durante l’evoluzione. Una sorta di velocizzazione della selezione naturale delle specie. C’è poi un’altra caratteristica che hanno queste piante, tra quelle portate a favore dei sostenitori degli ogm in agricoltura: dal momento che i caratteri alterati nell’oltre il 90% delle piante transgeniche è rappresentato dalla resistenza ai diserbanti e la resistenza agli insetti, questo produrrebbe il risultato di avere un minor consumo di sostanze chimiche, per la coltivazione di queste determinate piante. A parte il problema (ancora controverso) delle allergie che sarebbero provocate nell’uomo dall’ingestione delle piante resistenti agli insetti (ottenute trasformando la pianta con un gene, derivante da un batterio, che induce la sintesi di una proteina letale per un gruppo limitato di insetti), c’è poi la dipendenza di questa agricoltura a certi diserbanti. Che ovviamente vengono venduti assieme alle sementi. E che ovviamente sono prodotti dalle stesse aziende che detengono i brevetti delle piante transgeniche con la resistenza a quel determinato tipi di diserbante. E le piante transgeniche vengono considerate assolutamente equivalenti alle piante naturali per quanto riguarda i controlli, in base al principio della sostanziale equivalenza che si richiede di adottare per ricevere permessi di coltivazione e commercializzazione, ma poi assolutamente differenti per quanto riguarda la proprietà intellettuale e quindi i brevetti che le coprono. |
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