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CAMBIAMENTO CLIMATICO: PER LA VITE IL VERO PERICOLO È LA VARIABILITÀ.

Il quadro è già di per sé preoccupante, ma è entrando nel dettaglio che ci si rende conto di cosa questo significa per la viticoltura.

Cambiamento climatico: per la vite il vero pericolo è la variabilità.
Il quadro è già di per sé preoccupante, ma è entrando nel dettaglio che ci si rende conto di cosa questo significa per la viticoltura.

Le temperature medie annuali a livello planetario si prevede siano in aumento, le precipitazioni piovose annue saranno molto più ridotte in alcune regioni (tra cui la nostra area mediterranea), le zone geografiche ottimali per la coltivazione della vite saranno più a nord dalle attuali.

Il quadro è già di per sé preoccupante, ma è entrando nel dettaglio che ci si rende conto veramente di cosa questo significa per la viticoltura. La tendenza all’incremento della temperatura negli anni non avverrà gradualmente: ci sarà un alternarsi di annate più fredde del solito e di altre molto più calde. Anche all’interno della stessa annata, ci saranno picchi di temperatura molto maggiori rispetto all’attuale, ma accompagnati da periodi di freddo intenso.

Lo stesso vale per le precipitazioni: annualmente e mediamente avremo meno acqua, ma estati molto più secche coesisteranno con eventi meteorici di eccezionale intensità in primavera ed autunno. In altre parole, un susseguirsi sempre più frequente di annate come il 2003 (caldo ed arido) e 2002 (freddo e piovoso).

In sintesi, per la vite il vero pericolo è la variabilità del cima.

Perché un aumento graduale ma costante della temperatura o della carenza idrica può essere gestito da gran parte dei nostri produttori, ma la variabilità no?
Proviamo a spiegarlo. Una grande azienda può avere vigneti in varie zone, con varietà diverse, installare impianti d’irrigazione ed usarli secondo il fabbisogno, modificare il sistema di conduzione del vigneto da un anno all’altro, adattare il momento della vendemmia alle condizioni climatiche, attrezzarsi in cantina con tecnologie che permettano di regolare il contenuto finale in alcool nel vino, gestire i processi di vinificazione, ecc.
Ma per i piccoli produttori?
Le migliaia dei piccoli viticoltori italiani che hanno a che fare con superfici di un ettaro di vigneto o poco più, non possono cambiarne la localizzazione del loro vigneto, sanno coltivare solo certe varietà e non hanno la forza economica e, soprattutto, non hanno la capacità tecnica necessaria per modificare annualmente il loro modo di lavorare, ad esempio per contrastare occasionalmente fitopatogeni finora sconosciuti nella loro zona.

Il cambiamento climatico quindi sarà un problema soprattutto per la vitivinicoltura europea, rendendo ancora più importante il divario competitivo con la vitivinicoltura del Nuovo Mondo.
Anche negli Stati Uniti ed in Australia sono già in atto modifiche delle temperature e del regime di piovosità, ma qui le aziende sono in gran parte di grandi dimensioni. In Europa invece, la gran parte della produzione deriva da aziende di piccole dimensioni, che non hanno le capacità di reagire in tempi brevi ad un regime climatico instabile.

Quali potrebbero essere le vie percorribili?

Se ne ipotizzano due, o meglio una prima, ed un’altra conseguente. La parola chiave è formazione e informazione: solo chi è informato e sa esattamente cosa fare e perché lo fa può permettersi il lusso di modificare, secondo necessità, le sue tecniche colturali e/o di vinificazione. La seconda via, potrebbe essere quella di concentrarsi sulle nuove tecnologie, in campo ed in cantina.
Sempre ammesso che in azienda ci sia personale tecnicamente (e psicologicamente) pronto ai cambiamenti.

Tratto da Gianni Trioli - infowine


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