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I sintomi sono i tipici ingiallimenti internervali delle foglie giovani che cominciano ad apparire in primavera ed in casi gravi si osserva rachitismo della vegetazione, colatura (=caduta dei fiori) e perdita della produzione. Le primavere molto piovose sono particolarmente predisponenti a questa sintomatologia, la quale viene aggravata anche da fattori colturali quali le lavorazioni del terreno, le elevate concimazioni azotate (nitriche soprattutto) e le elevate cariche di gemme per pianta. La viticoltura che punta sulla quantità (oggi in regresso) non ha quindi solo ripercussioni negative per la qualità dell'uva, ma si rivela anche dannosa per altri aspetti, quali appunto la accresciuta sensibilità alla clorosi e ad altre carenze nutritive. Prima dell'impianto di un vigneto diventa importante eseguire l'analisi fisico-chimica del terreno, al fine di valutare il suo tenore in calcare attivo; livelli elevati (>10 - 15%) di questa sostanza, infatti, sono i responsabili principali della sintomatologia clorotica. Andando ancora di più nel dettaglio bisogna dire che anche il livello di ferro nel suolo ha una sua importanza. Tanto più elevata è la concentrazione di calcare attivo e bassa quella di ferro, tanto più elevato è il rischio di avere fenomeni clorotici: questo concetto è espresso dall'Indice del Potere Clorosante, che è dato dalla seguente formula: I.P.C. = CaCO3 x 104 / Fe2 dove CaCO3 è espresso in % ed il Fe (estratto con ossalato di ammonio) in mg/Kg. Bisogna anche ricordare, però, che un suolo calcareo non presenta solo aspetti nenegativi e potenzialmente rischiosi per la vite, ma anche delle influenze positive per la qualità (soprattutto aromatica) di certi vitigni, come ad esempio il Moscato. La resistenza alla clorosi da calcare viene normalmente raggiunta innestando il vitigno che si vuole coltivare su un portinnesto che tolleri quel determinato livello di calcare attivo del terreno.Esistono delle tabelle (Tab.1) che indicano quali siano i portinnesti resistenti a livelli crescenti di calcare attivo o di I.P.C., per cui è sufficiente controllare il valore dell'analisi del terreno e scegliere di conseguenza. Considerando che il problema della clorosi si risolve mediante l'uso corretto del portinnesto, il lavoro di miglioramento genetico svolto a livello internazionale per ovviare a questo problema, ha riguardato essenzialmente l'ottenimento di nuovi portinnesti; basti ricordare a questo proposito i risultati degli italiani Ruggeri e Paulsen (140 Ru e 1103 P) e di alcuni genetisti francesi (41 B, 333 EM, RSB1, Fercal). Sono tuttora in corso in Italia e Francia lavori di miglioramento genetico per ottenere nuovi portinnesti resistenti alla clorosi. Meno interesse è stato mostrato, invece, dal miglioramento genetico nei confronti della marza, cioè del vitigno che si vuole coltivare, sia come selezione di biotipi o cloni che come nuovi incroci. I vitigni sono stati oggetto, infatti, di programmi di miglioramento genetico volti a migliorare le caratteristiche qualitative dell'uva, la resistenza a parassiti o a fattori abiotici quali il freddo. Il motivo è comprensibile, se si considera che l'adattabilità a situazioni limitanti del terreno viene in genere ottenuta a livello di portinnesto. Esiste tuttavia anche tra i vitigni un diverso grado di resistenza/sensibilità alla clorosi; vitigni sensibili sono ad esempio i Pinot, il Moscato d'Amburgo, il Cabernet sauvignon, il Picolit, il Cinsaut, il Carmenère, il Ribolla gialla). La resistenza/sensibilità alla clorosi da calcare, quindi, è anche funzione del vitigno e non solo del portinnesto o comunque dell'interazione tra i due bionti. Si ricorda che la Vitis vinifera franca di piede è in genere resistente alla clorosi e la vecchia viticoltura prefillosserica presente in terreni calcarei non conosceva questa fisiopatia. Se qualche vitigno avesse presentato una resistenza più bassa, o comunque una sensibilità, è probabile fosse stato scartato dalla coltivazione in areali a suoli calcarei. La terapia prevede, a livello fogliare, l'uso di solfato ferroso allo 0,7% + acido citrico allo 0,1%, oppure chelati di ferro allo 0,1-0,15% ad iniziare dal dispiegarsi delle prime foglioline, ad intervalli settimanali, per un totale di circa 3-5 trattamenti, in funzione dell'intensità del fenomeno clorotico. Sono disponibili anche alcuni prodotti a base di ferro complessato, come i lignosolfonati ed il concime a base di ferro complessato con aminoacidi e peptidi. Si ricorda che la clorosi ferrica da calcare si cura anche con interventi al terreno, sul legno e sul tronco, secondo quanto riportato in Tab. 2.A proposito di trattamenti al terreno, si ricorda che sono in corso sperimentazioni in vaso ed in campo relative a infezioni radicali con batteri produttori di siderofori (ex Pseudomonas fluorescens)e con micorrize da fare al momento dell'impianto: i risultati sono interessanti, ma ancora preliminari. Altri interventi al suolo prevedono l'uso di vivianite (fosfato di ferro) in primavera, in soluzione acquosa, con risultati preliminari favorevoli, oppure l'inerbimento con graminacee (es. Festuca ovina) che ha pure dato dei risultati preliminari molto positivi. Luigi Bavaresco |
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