 Manipolazione OGM si, OGM no: un dilemma storico e soprattutto pochissima chiarezza di informazione. Cosa sono gli Organismi Geneticamente Modificati? Si possono riconoscere? Il cibo da Ogm ha caratteristiche particolari? Hanno effetti sulla salute dell'uomo? E sull'ambiente? Il libro cerca di rispondere nel modo più semplice, ma anche esaustivo, alle domande che ciascuno si pone. Le autrici non inseguono un'improbabile neutralità, quello che si propongono però non è far sapere cosa pensano loro, se sono cioè favorevoli o contrarie, il loro scopo è mettere a disposizione dei lettori gli elementi sulla base dei quali le loro valutazioni e le loro opinioni si sono formate. In questo modo anche i lettori potranno formarsi una propria opinione, conforme o difforme da quella delle autrici. Noi proponiamo alcuni capitoli, in maniera totalmente neutrale, non per evitare di prendere posizione, ma per non dare informazioni di cui non possiamo essere certi. Chi vuole approfondire gli argomenti ha il web dalla sua parte, che all'argomento dedica valanghe di informazioni e pareri. La libertà di scelta è salvaguardata.
Cosa sono gli OGM?
Ogm, significa organismi geneticamente modificati. Vengono anche definiti organismi transgenici. Si tratta di animali e piante che hanno un patrimonio genetico artificiale ottenuto in laboratorio. In poche parole: il loro Dna, la molecola responsabile della trasmissione dei caratteri ereditari contenuta nel nucleo di ogni cellula, non è quello che è stato definito attraverso un lungo cammino evolutivo. Contiene invece un frammento che è stato scelto, individuato e isolato da un ricercatore. Questo frammento in realtà non è nuovo, non è stato creato "su misura" e non è frutto di sintesi. Può provenire da un patrimonio genetico che può essere antico quanto quello in cui viene inserito. Ciò che è artificiale è infatti la ricombinazione, che mescola due patrimoni genetici molto distanti tra loro. L'organismo che risulta da questa operazione non è necessariamente totalmente diverso da altri. Spesso anzi apparentemente è identico al suo parente "normale". Non ci sono per esempio visibili differenze tra un fragola d'orto e una fragola antigelo. Tranne per il fatto che la seconda, esposta a basse temperature, non gela. Nel suo patrimonio genetico è stato in fatti inserito il gene di un pesce antartico che permette ai succhi cellulari di non congelare anche quando le temperature sono inferiori allo zero. I produttori di Ogm definiscono questa somiglianza con il termine "sostanziale equivalenza". Gli organismi, sostengono, non sono sostanzialmente diversi da quelli che si reperiscono in natura. Sono modificati, ma non subiscono un'alterazione significativa. Una pianta di mais resta tale: produce pannocchie gialle, ha le foglie verdi, ha un ciclo vitale (dal germoglio alla maturazione) che dura circa un centinaio di giorni. L'unica differenza tra un Bt (mais transgenico contenente la tossina del Bacillus thuringensis) e una varietà che invece è frutto di un incrocio tradizionale (il polline di una pianta viene spolverato sui fiori femminili di un'altra), è che la prima produce in più la proteina del batterio, che uccide la larva di piralide, il principale parassita del mais. Il Dna è formato da una fila di mattoni, i geni. I geni sono le unità di materiale ereditario che determina ciascuna delle caratteristiche di un organismo. Forniscono alla cellula le istruzioni per sintetizzare le proteine che, a loro volta, permettono la sintesi di migliaia di molecole organiche. La gamma di proteine segue uno schema prefissato, che è caratteristico per ogni specie. La situazione è dunque paragonabile a quella di un'orchestra. Ci sono orchestre sinfoniche, da camera, o specializzate in musica jazz. La differenza tra esse è la composizione degli strumenti (paragonabili ai geni) e il repertorio musicale che propongono (le proteine). Se in un'orchestra sinfonica, che ha in repertorio Beethoven, viene inserto un musicista che suona l'organetto (il gene Bt), l'orchestra resta sostanzialmente equivalente, ma l'organetto fornisce in più la possibilità di ampliare la gamma dei suoni. Perché l'operazione abbia senso però, è preferibile inserire uno strumento che si armonizzi con quelli preesistenti. Il problema principale per i genetisti che creano Ogm è proprio quello di scegliere geni che si armonizzino con quelli dell'organismo che li deve ricevere. L'operazione è più facile se coinvolge solo un elemento (un gene), mentre richiede uno studio più complesso se si intende trasferire un tratto di genoma che comprende più geni. Cos'è l'ingegneria genetica?
Per ingegneria genetica si intendono tutte quelle tecniche che permettono di identificare, isolare e trasferire artificialmente un gene dal patrimonio genetico di un organismo a quello di un altro essere. E' una scienza nata vent'anni fa, ed è interdisciplinare: fonde competenze di genetica e di biologia molecolare. L'ingegneria genetica prevede la manipolazione di materiale genetico e altri materiali biologici (cellule, acidi organici, enzimi) in laboratorio. I biologi prelevano un gene dal Dna di una cellula e lo inseriscono nel Dna di un'altra. In pratica con un enzima "forbice" tagliano il Dna della cellula donatrice in un punto preciso, lo asportano, e poi con un enzima "colla" lo attaccano al Dna della cellula ricevente. Il gene può anche essere affidato a dei vettori (microscopiche biglie d'oro) che poi vengono sparati nella cellula ricevente. Il gene viene acquisito e trasferito al posto giusto. L'operazione riesce anche se due organismi non sono parenti genetici. Ha successo persino nel caso il primo appartenga a un animale e il secondo a un vegetale. Con l'ingegneria genetica infatti è possibile creare artificialmente una nuova combinazione di geni, ai esistita prima, superando le barriere naturali. La natura non teme i rimescolamenti. Anzi. Le commistioni sono utili perché forniscono nuove combinazioni e favoriscono l'evoluzione. La riproduzione sessuale ha proprio questo scopo. E non a caso è stata adottata da un numero più ampio di organismi rispetto alla riproduzione asessuata, diffusa soprattutto nelle piante e nei batteri. Tramite quest'ultima nascono cloni, geneticamente identici ai genitori. Con la riproduzione sessuale invece i patrimoni genetici dei due genitori si uniscono e risuddividono in un nuovo assortimento, quello del figlio. La ricombinazione dei geni avviene però all'interno di un certo schema. Esistono infatti barriere molto raffinate che impediscono la casuale mescolanza dei geni, o meglio limitano il numero di combinazioni possibili tra gli individui che appartengono a una specie. Una volta che sia stata raggiunta una gamma di patrimoni genetici stabili, che generano organismi con elevato successo riproduttivo e di adattamento all'ambiente, non ha infatti molto senso tornare indietro, e innescare di nuovo un meccanismo di totale casualità. La riproduzione sessuale mescola le carte, una serie di variazioni genetiche, ma fa in modo che il gioco possa essere ritentato di tanto in tanto, per non perdere possibilità di vittoria in altri ambienti. Questo spiega anche il motivo per cui, in natura, non ha senso parlare di organismi perfetti. L'imperfezione di un momento può significare sopravvivenza nel futuro. E' favorito dunque l'accoppiamento, tramite il quale si uniscono i patrimoni diversi di due genitori, ma si stabiliscono anche una serie di stratagemmi che isolano geneticamente la nuova specie rispetto alle altre, Per esempio: si sfasano le stagioni dedicate all'accoppiamento, vengono prodotti ferormoni (gli ormoni che favoriscono la maturazione sessuale) diversi, i gameti (ovulo e sperma non sono più compatibili. Nelle piante, per evitare l'endogamia e cioè l'accoppiamento tra parenti stretti, si gioca di nuovo sui tempi (i fiori femminili si aprono in momenti diversi da quelli maschili), e sulla chimica: i fiori producono delle sostanze che impediscono la germinazione del polline parente. Sono in ogni caso più deboli gli stratagemmi che impediscono il rimescolamento tra esseri abbastanza simili, che occasionalmente dunque possono incrociarsi tra loro. Molto forti invece quelli che esistono tra organismi che appartengono a regni lontani. Infine, quando tutte le barriere saltano, e i geni si uniscono in, modo imprevisto, entra in gioco la selezione naturale. Se l'organismo è sbagliato, muore. In un certo senso, non c'è nulla di nuovo nell'ingegneria genetica, sono diverse migliaia di anni che gli agricoltori cercano di migliorare le razze di animali e le varietà di piante per ottenere caratteristiche più interessanti, come il colore di un fiore o la lunghezza di una spiga (vedi il capitolo Trasformare la natura a pag.23). Le biotecnologie tradizionali però sfruttano programmi di incrocio: il polline di una pianta viene fatto incontrare con l'ovulo di un'altra. Lo sperma di un animale viene utilizzato per fecondare, anche se artificialmente, l'ovulo femminile. Anche in questo modo comunque si possono ottenere organismi molto diversi tra loro. Una Frisona che produce 50 litri di latte al giorno ha poco a che fare con una bruna alpina che ne produce una decina. I programmi di incrocio però sono lenti, il risultato è imprevedibile perché i patrimoni genetici dei due genitori si mescolano a caso, e in più, a causa delle barriere sessuali, possono essere praticati solo tra organismi simili. L'ingegneria genetica, a differenza della biotecnologia più tradizionale, invece, non prevede un rimescolamento totale, ma solo l'inserimento di un gene, o di un gruppo ristretto di geni, nel Dna di un'altra cellula. La cellula manipolata dunque non è sostanzialmente diversa da prima. Rimane perfettamente funzionale, per esempio può moltiplicarsi e differenziarsi. E' in grado però di produrre nuove sostanze chimiche: le stesse che produceva il donatore. Se per esempio un allevatore vuole ottenere una mucca viola, un colore che non fa parte della gamma cromatica disponibile, può incaricare un genetista di trasferire nel Dna dell'animale il gene che codifica questa sfumatura e che proviene da un fiore. C'è però una differenza: la nuova proteina può interferire con quelle prodotte dall'animale. La combinazione realizzata inizialmente dal genetista per l'allevatore è probabilmente stata studiata in modo che non compaiano sgradevoli effetti secondari. Ma una volta che il gene è inserito in un patrimonio genetico, si potrebbe trasmettere ad altri, favorendo nuove combinazioni. A cosa servono le piante OGM?
I vegetali geneticamente modificati sono nati per venire incontro alle esigenze degli agricoltori che praticano coltivazioni industriali. Non a caso le prime piante transgeniche non sperimentali sono state messe a punto da aziende biotecnologiche statunitensi per la realtà agricola degli stati centrali del continente americano, considerati il granaio del mondo: Texas, Illinois, Kansas, Missouri, Iowa. In queste regioni l'ampiezza media di una azienda agricola è 1000 ettari. Ciascun singolo campo ha l'estensione di un'intera azienda italiana di grandi dimensioni: da 80 a 100 ettari. E non ci sono barriere geografiche (come montagne o corsi d'acqua) a isolare tra loro le parcelle. In situazioni come queste un parassita, o una pianta infestante, può trovare le condizioni migliori per moltiplicarsi indisturbato. A meno che non venga trattato opportunamente con antiparassitari e diserbanti, che però sono prodotti costosi e, alla lunga, tossici. Inoltre i terreni della regione americana dove più si concentra la coltivazione di cereali e soia, sono molto poveri di sostanza organica, dunque di batteri e microrganismi che provvedono alla degradazione dei residui. I vegetali transgenici sono quindi stati ideati con il proposito di ridurre la spesa per i pesticidi e per i diserbanti. Negli Stati Uniti viene coltivato oltre l'80 per cento delle piante transgeniche create finora sono resistenti ai diserbanti. I produttori di sementi stimano che, coltivando una soia resistente ai diserbanti, gli agricoltori possano risparmiare fino al 40 per cento dei costi. I diserbanti sono prodotti chimici (carbammati, denoli, triazine), che "bruciano" i tessuti vegetali e distruggono le piante infestanti. Vengono sintetizzati in modo da agire su alcuni tipi di piante e non su altre: il gliphosate (N-fosfonometilgicina), è per esempio efficace sul convolvolo, che si arrampica sugli steli e ruba spazio e luce alla coltura principale. Risparmia invece la soia. Parte del raccolto però va lo stesso perduto, perché non tutti i diserbanti sono così selettivi e del tutto innocui per la pianta in produzione. La soia transgenica al gliphosate (commercialmente noto come Roundup) contiene un gene batterico che le conferisce resistenza. Il 30 per cento circa delle piante transgeniche viene modificato per resistere agli insetti. Significa che non può essere danneggiato da parassiti animali. Uno dei principali nemici del mais è per esempio la larva di piralide. Scava lunghe gallerie all'interno del fusto, che si indebolisce e si spezza, e della pannocchia, col risultato che non tutti i chicchi vanno a maturazione. Le piante transgeniche resistenti agli insetti contengono quasi nella totalità geni che provengono dal Bacillus thuringensis . E' un batterio che produce una proteina che agisce sui tessuti intestinali, li spappola e uccide le larve. La proteina Bt pura viene utilizzata anche dagli agricoltori che praticano lotta biologica: estratta da colture di Bacillus, e cristallizzata, viene poi sparsa sui campi. In questa versione è un prodotto innocuo, che agisce esclusivamente sull'insetto dannoso. Il 10 per cento circa delle coltivazioni transgeniche è resistente ai virus. L'esempio più interessante è quello del tabacco, la prima coltivazione transgenica praticata in larga scala. Questa pianta è soggetta al virus del mosaico, che ingiallisce le foglie e ne impedisce la funzione clorofilliana. Il gene inserito la rende resistente. Meno dell'1 per cento delle piante transgeniche ha caratteristiche nutrizionali particolari, La sperimentazioni effettuata finora è stata rivolta soprattutto alla possibilità di inserire nelle patate e nelle banane geni che consentono di vaccinare una popolazione senza dover ricorrere a farmaci. Che effetti hanno sulla salute?
La risposta non è rassicurante, ma almeno nemmeno terrorizzante. Semplicemente, non si dispone ancora di sufficienti dati per rispondere a questa domanda. Esistono moltissimi dati sui danni provocati dai pesticidi spruzzati sulle coltivazioni, così come abbondano gli studi sui rischi connessi all'impiego degli antibiotici negli allevamenti industriali, ma gli effetti degli OGM sono ancora sconosciuti. Per conoscere gli effetti di una sostanza assunta per un lungo periodo occorrono parecchi anni e studi imparziali, mentre, fino a oggi, la maggior parte delle ricerche condotte sull'argomento sono state commissionate dalle stesse case che producono gli OGM. Solo di recente sono stati pubblicati i risultati di alcuni test indipendenti, e i risultati non sono stati incoraggianti. Una delle maggiori difficoltà che hanno riscontrato gli esperti nel cercare di dare una valutazione d'insieme, sta nell'enorme varietà delle mutazioni che si possono indurre. A seconda che un gene venga inattivato, modificato o potenziato, e a seconda di quale gene e in quale specie, ci possono essere ricadute molto diverse sulla salute dei consumatori. Tuttavia, essendo la tecnologia impiegata abbastanza omogenea, ci sono alcune fasi che riguardano un po' tutte le manipolazioni, come l'utilizzo di geni "marcatori" per individuare le cellule dove la mutazione è avvenuta con successo. Generalmente al gene che si vuole modificare, per esempio un gene che rende la pianta resistente al freddo, viene allegato un gene particolare che serve a rendere "visibile" la mutazione avvenuta. Su questa scala, però la visibilità è puramente virtuale e viene quindi utilizzato un gene che conferisce un'altra forma di resistenza: quella agli antibiotici. In questo modo, una volta completata la "transfezione", come si chiama l'inserimento del gene modificato, le cellule verranno immerse in un brodo di antibiotico e sopravviveranno solo quelle geneticamente modificate. Ma, come ha denunciato più volte l'Organizzazione Mondiale della Sanità, un aumento di resistenza agli antibiotici è un problema sanitario serissimo, e introdurre un gene della resistenza nella catena alimentare non sembra proprio una buona idea. Ci sono poi dei tipi particolari di OGM che, invece di consentire una riduzione dell'impiego di sostanze chimiche nell'agricoltura, di fatto la incrementano. E' il caso della soia geneticamente modificata per resistere a un erbicida, entrambi prodotti dalla stessa casa farmaceutica, la Monsanto. Ovviamente più la pianta di soia è resistente all'erbicida più ne verrà spruzzato,a crescendo la quantità di sostanze chimiche che vanno a finire nella catena alimentare e nell'ambiente. Un altro problema è quello delle allergie. Di fatto non è stato dimostrato che gli OGM sono allergenici, ma nemmeno il contrario, e in questi casi dovrebbe prevalere la prudenza. E' vero che ormai tutti i cibi in commercio sono geneticamente modificati? No. E' vero che negli USA e in Inghilterra sono già in commercio alcuni prodotti transgenici di largo consumo, come i pomodori, le patate o il radicchio, ma nel nostro paese non sono permessi, anche se è consentito il loro utilizzo come materie prime alimentari per cibi preconfezionati. Soia e mais, ad esempio, sono molto diffusi come additivi vegetali. I prodotti lavorati in Italia invece possono contenere materie prime alimentari, per esempio la soia, provenienti da paesi che invece fanno largo impiego di OGM. Si calcola che quali la metà dei raccolti statunitensi e canadesi sono ormai transgenici, anche se sono in aumento gli agricoltori che chiedono di tornare al naturale. In Italia un crescente numero di supermercati si dichiarano GM free, ovvero garantiscono che nei prodotti a proprio marchio non sono state utilizzate materie prime geneticamente modificate. La normativa attuale impone l'obbligo di etichetta sui prodotti interamente transgenici ma non sui derivati, cioè sui prodotti nei quali siano stati impiegati gli OGM. Se una patata transgenica deve venire etichettata come tale, un prodotto preconfezionato in cui sia stato utilizzato un additivo vegetale geneticamente modificato non richiede nessuna segnalazione. Esiste una normativa europea a riguardo, che stabilisce una soglia di presenza degli OGM al di sopra della quale vanno etichettati anche i prodotti derivati, ma il regolamento, peraltro non particolarmente chiaro, non è ancora stato compiutamente recepito, cioè trasformato in legge, da alcuni paesi dell0'unione come l'Italia. Bisogna quindi fidarsi delle iniziative dei distributori. E non è vero che non esiste un modo per rintracciare i derviati dagli organismi transgenici. Attraverso la Reazione a catena della polimerasi, un test abbastanza semplice, si possono amplificare anche frammenti infinitesimali di DNA, fino a renderli rintracciabili. Il fatto poi, che frammenti così microscopici possano avere un impatto negativo sulla salute è un'altra questione. Per alcuni è impossibile, per altri molto probabile. Che effetti hanno sull'ambiente?
Mentre l'impatto negativo sulla salute è ancora tutto da dimostrare, le preoccupazioni relative all'impatto sull'ambiente delle piante transgeniche sono molto realistiche. Le modificazioni che vengono sperimentate sono talmente tante, e l'ecosistema è talmente complesso, che difficilmente gli effetti di tale teconologia potranno venire controllati. L'evoluzione naturale ha avuto a disposizione centinaia di migliaia di anni per ricalibrare le complesse interazioni degli ecosistemi saltate a ogni mutazione genetica o ambientale. L'ingegneria genetica sceglie di ignorare del tutto l'importanza del fattore tempo, e questa scelta non può non spaventare. Un altro aspetto che preoccupa i ricercatori riguarda il progressivo ridursi della biodiversità e della varietà genetica delle piante, una tendenza incrementata dall'uniformità degli organismi geneticamente modificati. Inoltre, piante modificate per resistere ai parassiti possono creare dei super-insetti, trasmettendo la loro resistenza a questi animali. Infine l'agricoltura "senza terra" progettata dagli ingegneri dei geni, non tiene conto delle molteplici funzioni che rivestono le coltivazioni: non solo produzione di alimenti, ma anche la conservazione del territorio e delle risorse idrogeologiche. Dato tempi delle nostre nonne la varietà delle piante è andata via via riducendosi. Alla riduzione della biodiversità causata dalla distruzione delle foreste tropicali si è sommata la riduzione delle varietà coltivate a scopo commerciale. Quest'uniformità genetica è molto pericolosa per l'ambiente perchè, di fatto, la diversità è una delle principali risorse che la natura ha per difendersi dalle mutazioni ambientali. In un campo di piante tutte uguali l'invasione di un insetto nocivo fa "terra bruciata". In un campo naturale, invece, alcune piante, si salveranno trasmettendo alla propria discendenza la resistenza a quell'insetto. Questo è il principale motore dell'evoluzione, che ci ha portati a essere ciò che siamo. Le coltivazioni transgeniche, oltre a spingere verso una maggiore uniformità, introducono in natura mutazioni impreviste, a un ritmo molto più rapido di quello dell'evoluzione naturale. E' stato osservato, per esempio, che una pianta modificata per diventare resistente a un insetto dannoso ha finito con lo sterminare anche un altro insetto, la farfalla monarca, molto utile all'ecosistema della regione. Ma può anche succedere che la resistenza venga trasmessa all'insetto. In questo caso la pianta modificata funziona per un pò, nel senso che non ammala perchè avvelena l'insetto che se ne nutre, salvo poi, dopo qualche raccolto, scoprire che anche l'insetto è diventato resistente, sia alla tossina biotecnologica presente nella pianta che ai vecchi pesticidi chimici. Anche questo processo, osservato in alcune coltivazioni di cotone transgenico, preoccupa i ricercatori, sia perchè può mettere in circolazione dei super-insetti incontrollabili sia perchè condurrebbe, alla fine, a un maggiore impiego di sostanze chimiche. Alcune piante, per esempio il mais o il cotone per la resistenza al Bacillus thuringensis, sono state modificate per ridurre gli insetticidi, anche se non hanno prodotto i risultati sperati. Altre, come la soia resistente all'erbicida, si propongono proprio l'opposto: rendere la pianta resistente a dosi più massicce di additivo chimico. La maggior parte delle coltivazioni transgeniche, però, rispondono a un obiettivo economico: produrre di più, e più in fretta. Una coltivazione normale può poi venire inquinata da una transgenica. Il polline delle piante può percorrere centinaia di metri. E' per questo motivo che le coltivazioni sperimentali, i cosiddetti "rilasci", vengono tenute segregate dalle coltivazioni normali. Purtroppo però ciò avviene solo quando questi esperimenti sono condotti da istituti scientifici a fini di ricerca. Simili cautele sono rare nelle coltivazioni a fine commerciale, che sono molto più estese e meno controllate. La recente decisione dell'EPA statunitense, l'Agenzia per la Protezione Ambientale, va in controtendenza proponendo misure più restrittive anche per le coltivazioni commerciali. Ci sono coltivazioni transgeniche nel nostro Paese? Si. Vengono gestite da istituti di ricerca oppure date in gestione a normali aziende agricole dalle industrie che producono semi transgenici. Coltivazioni commerciali su larga scala ancora non ce ne sono, ma per il piano semina del 2000 potrebbe venire data l'autorizzazione, visto che alcune piante GM hanno passato tutti i test sperimentali previsti. Che poi questi test siano considerati insufficienti da buona parte di ricercatori e degli ambientalisti è un'altra questione. Vantaggi o danni per l'economia?
Gli accesi sostenitori delle biotecnologie applicate all'agricoltura dipingono panorami allettanti: piante più nutrienti, progettate per crescere nel deserto o per ridurre l'impiego di sostanze chimiche. Di fatto, però, la maggior parte delle ricerche in questo campo viene condotta da veri e propri giganti dell'agrochimica che mirano principalmente all'aumento della produttività al fine di massimizzare i profitti. Per questo motivo quasi tutte le piante transgeniche in commercio sono progettate per "funzionare" bene su larga scala, ovvero in coltivazioni intensive molto estese su territori omogenei come le grandi pianure americane o cinesi. Le biotecnologie agricole sembrano non andare molto d'accordo nè con la conformazione territoriale europea, molto diversificata, nè con le sue esigenze economiche, in quanto l'eccesso di produzione agricola costituisce già un problema. Un discorso valido in particolar modo per l'Italia, dove il territorio è ancora più differenziato così come lo sono le sue culture alimentari. Il nostro paese deteneva, l'anno scorso (1999 n.d.r.), appena 2 dei 185 brevetti biotecnologici europei, che già sono un numero estremamente ridotto rispetto a quelli statunitensi. Più che costituire un'occasione di rilancio della ricerca scientifica e dell'occupazione, come sostiene Assobiotec, l'associazione delle aziende biotecnologiche, il via libera ai brevetti e al rilascio di organismi modificati rischia di trasformare il nostro paese in un gigantesco laboratorio a cielo aperto. Su oltre 972 esperimenti europei nel settore delle piante geneticamente modificate l'Italia è al secondo posto, con trecento siti di rilascio in un migliaio di luoghi sparsi per tutte le regioni. "Favorita", secondo gli esperti, dalla varietà del clima ma anche, soprattutto, dall'assenza di protocolli su ciò che viene chiamata biosafety - la sicurezza biologica - l'Italia più che luogo di ricerca sta diventando ottimo "poligono" dove Novartis, Monsanto e Pioneer possono condurre quegli esperimenti che i regolamenti di casa loro non consentirebbero. Inoltre l'Italia non ha certo problemi di cultura alimentare, se mai al rilancio delle produzioni biologiche in tutto il mondo, proprio a causa della diffidenza dei consumatori nei confronti delle produzioni industriali, il nostro paese può rispondere con una forte tradizione basata sulla qualità e sulla differenziazione delle produzioni locali. Il problema del transgenico italiano si presenta quindi dal suo lato prettamente economico, in parte perchè purtroppo la ricerca pubblica manca di finanziare quei settori, come la virologia vegetale, dove le biotecnologie potrebbero costituire un'occasione per ridurre l'impiego di sostanze chimiche, in parte perchè è impossibile separare il transgenico alimentare dalle proprie origini, cioè mezzo di produzione creato su misura per i giganti mondiali della chimica. Di fatto la possibilità di produrre alcune piante di largo consumo, come i pomodori, direttamente in laboratorio, più che costituire un'occasione d'impiego avrebbe la conseguenza di trasformare i coltivatori in salariati delle grandi aziende straniere. E la ricchezza maggiore del nostro paese, ovvero la qualità alimentare e la differenziazione, verrebbero spazzate via. I campi transgenici poi potrebbero contaminare quelli naturali, è la preoccupazione che condividono molti operatori dell'agricoltura biologica. Finchè le coltivazioni transgeniche sono tenute rigidamente segregate da quelle naturali il problema non sussiste. Nel momento in cui, però, il transgenico venisse coltivato a scopo commerciale, come già accade in Spagna, sarebbe molto difficile evitare l'impollinazione incrociata, ovvero l'incrocio accidentale fra specie naturali e specie modificate. Con quali conseguenze è ancora tutto da scoprire. Coldiretti si è recentemente dichiarata contraria alle coltivazioni transgeniche a scopo commerciale, per i problemi accennati sopra. L'opposizione si sta saldando con quella delle associazioni di altri paesi, come la Confédération Paysanne francese e la National Family Farm Coalition americana, per organizzare un'opposizione a livello mondiale. Le coltivazioni transgeniche vengono avvertite come una minaccia economica e ambientale, anche perchè non tengono conto di un aspetto dell'agricoltura che è la sua multifunzionalità. Le coltivazioni non vanno considerate solo dal punto di vista produttivo ma anche in vista del ruolo che svolgono nel mantenimento del territorio e nell'economia di una regione. Liberamente tratto dal web: www.vasonline.it
Il gene nel piatto di Mariella Bussolati e Sabina Morandi Edizioni Tecniche Nuove http://www.tecnet.it pp. 128 - L. 14.000
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