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PAC: la regionalizzazione

Possibilità da parte dell’autorità nazionale di rinunciare al calcolo degli aiuti individuali su base storica e di fissare un aiuto forfetario medio regionale.

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Italia Regionale

Nella nuova riforma della PAC, la novità che ha sollevando le maggiori preoccupazioni è quella di passare alla regionalizzazione del pagamento unico aziendale (pua).
In pratica, gli attuali pua assegnati per azienda sui terreni ammissibili degli agricoltori, già beneficiari su base "storica" di pagamenti di sostegno nel periodo 2000-2002, vengono spalmati per regione sui terreni, pure ammissibili, di tutti gli agricoltori, anche se non titolari di pagamenti nel triennio di riferimento. Per «ettari ammissibili» si intende qualunque superficie investita a seminativi o a pascolo permanente, escluse le aree destinate a colture permanenti (salvo le eccezioni introdotte dalle nuove ocm ortofrutta e vino), a colture forestali o a usi non agricoli. Da ricordare, che tra le superfici «ammissibili» rientrano anche quelle non più utilizzate a fini produttivi, purché tenute nel rispetto delle buone pratiche agricole.
Si delinea il passaggio da una assegnazione dei fondi da "base storica" a "base regionale". Eurolampo
La regionalizzazione della Pac è prevista in due diversi gruppi di articoli, segnatamente all'articolo 58 e seguenti ed all'articolo 64 e seguenti del regolamento Ce 1782/03 . Nel primo caso è disposta l'opportunità della redistribuzione a livello regionale delle risorse agricole disponibili per il Paese ed una conseguente ampia discrezionalità per la loro gestione; nel secondo, la possibilità della gestione regionale delle ipotesi di disaccoppiamento parziale dell'aiuto diretto, prevista per i diversi settori.
In quest'ultimo caso, occorre tenere conto delle esigenze delle diverse agricolture, ma anche della necessità di riaffermare il carattere nazionale delle filiere produttive. E' quindi utile, se non necessario, che le Regioni esprimano un'indicazione solidale e coerente.
In realtà la discussione più impegnativa è quella sulla prima opzione possibile, cioè sulla gestione regionalizzata della spesa successiva alla sua suddivisione fra le Regioni individuate, per una conseguente distribuzione alle imprese agricole.
Si tratta di modificare le fondamentali "regole del gioco" fin qui adottate nella spesa agricola fin qui realizzata.
È una scelta forte di sostegno al territorio ed alla sua configurazione produttiva, che vengono ad essere sostenuti da una spesa indistinta uguale per tutti. È una scelta politicamente molto qualificata, che non può essere presa alla leggera.
Regionalizzare la spesa comporta la decisione preventiva sull'individuazione delle zone fatte oggetto di intervento, dette Regioni; la definizione del carattere totale o parziale della stessa regionalizzazione; di consentire a tutti gli agricoltori, o a parte di essi che operano nella stessa zona, di usufruire dei benefici della spesa; verificare se con ciò non si determinino sovracompensazioni per agricoltori fino ad oggi esclusi dalla integrazione al reddito, ma destinatari di altre sovvenzioni; accertare se ed in quale misura i soggetti, prima beneficiari, con questa scelta vedrebbero ridotto il proprio pagamento diretto e con quali conseguenze economiche; infine, quantificare i saldi definitivi della spesa agricola per le varie aree.
In base a tutto questo sarà possibile operare una scelta importante che, per definizione, comporta l'adozione di una indiscutibile e diretta responsabilità delle Regioni nell'indirizzo della spesa agricola. Una sfida, cioè, che offrirebbe occasione di grande flessibilità all'applicazione della revisione di medio termine, ma che non deve fare deflettere dalla necessità di interventi significativi ed omogenei per le filiere nazionali e dalla tutela degli interessi diffusi e comuni delle imprese agricole.
È avviato da tempo un positivo confronto tra il ministero delle Politiche agricole e le Regioni in materia di applicazione della riforma della Pac. La regionalizzazione è un capitolo decisivo di questa discussione; l'importante è che non diventi un artificiale ostacolo per una completa ed adeguata scelta generale su tutta la riforma di medio termine.
Per rendersi conto dell'impatto di tale misura è sufficiente considerare che nel nostro Paese il valore medio per ettaro del pua varia da 1.300 euro/ha in Liguria fino a circa 200 euro/ha in Valle d'Aosta, con un importo medio a livello nazionale poco superiore a 400 euro/ha.
Con il passaggio alla regionalizzazione è stato calcolato che il valore del pua dovrebbe scendere mediamente a 250-300 euro/ha.
Di fronte a tale prospettiva sono evidenti le reazioni degli attuali beneficiari, perché gran parte subirebbe una rilevante contrazione dell'ammontare fin qui percepito grazie all'applicazione di quello che viene chiamato il criterio «storico» di calcolo del pua.
A parte che la modifica dello status quo porterebbe un evidente danno agli attuali beneficiari, gli argomenti da questi sollevati riguardano il fatto che l'applicazione della riforma è avvenuta solo da pochi anni e che non si può non riconoscere il legittimo affidamento maturato nei titolari dei diritti. Per di più, il consolidamento di tali diritti nelle aziende beneficiarie è derivato, in gran parte, dalla trasformazione in aiuti al reddito di pagamenti compensativi che queste aziende avevano ottenuto in corrispondenza delle riduzioni dei prezzi garantiti avviate prima dalla riforma McSharry e poi da Agenda 2000.
In effetti, le differenze tra gli stessi beneficiari e ancora di più tra questi e gli agricoltori non titolari di diritti dipendono da scelte avvenute nel triennio 2000-2002 e non dalle successive scelte a produrre delle aziende. A questo si può aggiungere che il disaccoppiamento, di cui il pua è l'espressione più diretta, è stato concepito sia per ridare al mercato la sua funzione di guida alla ompetitività delle imprese, sia per orientare le scelte dell'imprenditore verso comportamenti virtuosi coerenti con l'obiettivo dello sviluppo sostenibile.
Il pua, in quanto concesso solo se l'imprenditore rispetta le norme sulla condizionalità, è lo strumento principale per orientare le scelte dell'imprenditore verso questa direzione, per cui non ha senso che venga concesso solo ad alcuni e non ad altri che devono egualmente adottare comportamenti virtuosi. È tutta l'agricoltura che deve dare alla società una legittimazione nuova del sostegno che le viene concesso; ciò vale soprattutto per il pua che alla scadenza del 2013 drenerà ancora circa il 90% delle spese per il «primo pilastro» e il 72% di quelle per l'intera pac.
Le resistenze di coloro che ora traggono i maggiori benefici dall'applicazione del criterio «storico» sono
comprensibili, tuttavia la strada pare segnata. Lo è perché è convinzione generale che difficilmente in sede di revisione del bilancio nel 2009 sarà possibile evitare una riduzione delle risorse destinate all'agricoltura e soprattutto al «primo pilastro». Inoltre, l'health check introduce già la proposta di portare la modulazione al 13% entro il 2013 e di introdurre limiti minimi e massimi all'ammontare del pua erogato per azienda.
È prevedibile, quindi, una riduzione complessiva delle risorse disponibili per il pua e un abbassamento medio dell'ammontare erogato per azienda, per cui il passaggio alla regionalizzazione dovrebbe essere meno doloroso di quanto si poteva temere. Un avvicinamento graduale alla regionalizzazione entro il 2013 pare un percorso accettabile, tuttavia per l'interesse di tutta l'agricoltura è importante che il pua abbia una giustificazione chiara sia nei criteri di ripartizione all'interno del settore sia verso tutta la società.


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